Affordable Housing Act

Mercoledì la Commissione europea presenta l’Affordable Housing Act: criteri comuni per permettere a Comuni e Regioni di limitare affitti brevi e acquisto di seconde case nelle zone dove il costo di una casa supera di 8 volte il reddito medio dei residenti.
L’obiettivo — tutelare chi in quei quartieri ci vive davvero — è difficile da criticare. Il metodo, un po’ meno.
Da consulente immobiliare, il tema non è astratto: ogni restrizione su acquisti di seconde case o locazioni brevi cambia il valore di un immobile, i tempi di una trattativa, l’interesse di un compratore straniero. Chi lavora ogni giorno con proprietà a vocazione ricettiva — penso ad esempio a tenute e strutture con potenziale turistico-alberghiero — sa quanto le regole del gioco possano ribaltarsi da un momento all’altro, e quanto sia complicato pianificare un investimento quando non si sa più chi deciderà davvero le regole: Bruxelles, Roma o il Comune.

Perché per arrivare a quel risultato l’UE non si limita a lasciar decidere Stati e Comuni: fissa lei le soglie, i criteri, i tempi. E lo fa con un regolamento, non una direttiva — applicabile da subito, senza passare dai Parlamenti nazionali.
È davvero questo il livello giusto per governare un mercato che cambia casa per casa, quartiere per quartiere? O è l’ennesimo caso in cui si normano nel dettaglio, da Bruxelles, materie che dovrebbero restare a chi il territorio lo conosce?

Le due letture sono entrambe legittime. Ma il sospetto, ogni volta più forte, è che di regole scritte lontano da chi poi le deve applicare — case comprese — ne abbiamo abbastanza.
Voi come la vedete?